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Read Ebook: Little Stories of Married Life by Cutting Mary Stewart

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Ebook has 58 lines and 19732 words, and 2 pages

SPAGNA

EDMONDO DE AMICIS.

Seconda edizione.

FIRENZE,

G. BARB?RA, EDITORE.

Quest'opera della quale ho acquistato la propriet?, ? stata depositata al Ministero d'Agricoltura e Commercio per godere i diritti accordati dalla legge sulla propriet? letteraria.

G. Barb?ra.

SPAGNA.

BARCELLONA.

Era una mattina piovosa di febbraio, e mancava un'ora al levar del sole. Mia madre m'accompagn? fin sul pianerottolo, ripetendomi in fretta tutti i consigli che mi soleva dare da un mese; poi mi gett? le braccia al collo, diede in uno scoppio di pianto, e disparve. Io rimasi un momento l? col cuore stretto, guardando la porta quasi sul punto di gridare:--Apri! Non parto pi?! Resto con te!--poi mi cacciai gi? per le scale, come un ladro inseguito. Quando fui nella strada, mi parve che tra me e casa mia si fossero gi? stese le onde del mare, e alzate le cime dei Pirenei; ma bench? da tanto tempo aspettassi quel giorno con impazienza febbrile, non ero punto allegro. Incontrai alla svoltata d'una strada un medico mio amico che andava all'ospedale, e ch'io non aveva visto da pi? d'un mese; mi domand?: "Dove vai?"--"In Spagna," risposi. Non mi voleva credere, tanto il mio viso accigliato e melanconico era lontano dall'annunziare un viaggio di piacere. Per tutta la strada, da Torino a Genova, non pensai che a mia madre, alla mia camera che restava vuota, alla mia piccola biblioteca, alle care abitudini della mia vita casalinga, alle quali davo un addio per molti mesi. Ma giunto a Genova, la vista del mare, i giardini dell'Acquasola e la compagnia di Anton Giulio Barrili, mi restituirono la serenit? e l'allegrezza. Ricordo che mentre stavo per scender nella barca che mi doveva condurre al bastimento, mi fu data una lettera da un fattorino d'albergo, nella quale non erano che queste parole: <> Saltai nella barca, e via. Poco prima che il bastimento partisse, vennero due uffiziali a dirmi addio: mi par ancora di vederli ritti in mezzo alla barca, quando il bastimento cominciava a muoversi.

"Portami una spada di Toledo!" gridavano.

"Portami una bottiglia di X?res!"

"Portami una chitarra! Un cappello andaluso! Un pugnale!"

Arrivammo, ch'era ancor notte, a Girona, dove re Amedeo, accolto, a quanto si dice, festosamente, pose una lapide nella casa abitata dal generale Alvarez durante il celebre assedio del 1809; attraversammo la citt? che ci parve immensa, pieni di sonno com'eravamo, e impazienti di buttarci a dormire in un carrozzone della strada ferrata; giungemmo finalmente alla stazione, e allo spuntar dell'alba partimmo per Barcellona.

Dormire! Era la prima volta ch'io vedeva levarsi il Sole sulla Spagna: come potevo dormire? Mi affacciai a un finestrino, e non ritirai pi? la testa fino a Barcellona. Ah! nessun diletto pu? star a fronte di quello che si prova entrando in un paese sconosciuto, coll'immaginazione preparata a veder cose nuove e mirabili, con mille ricordi di fantastiche letture nel capo, senza pensieri, senza cure! Inoltrarsi in quel paese, spaziar collo sguardo, avidamente, da ogni parte, in cerca di qualche cosa che vi faccia capire, quando non lo sapeste, che ci siete; riconoscerlo, a poco a poco, qui in un vestito d'un contadino, l? in una pianta, pi? oltre in una casa; vedere, via via che si va innanzi, spesseggiare quei segni, quei colori, quelle forme, e paragonare ogni cosa coll'immagine che ce n'eravamo formata prima; trovare un pascolo alla curiosit? in tutto ci? che ci cade sott'occhio, o ci giunge all'orecchio: nei visi della gente, nei gesti, negli accenti, nei discorsi; gettare un oh! di stupore a ogni passo; sentire che la nostra mente si dilata e si rischiara; desiderar insieme di arrivare presto e di non arrivar mai, affannarsi per veder tutto, domandar mille cose ai vicini, far lo schizzo d'un villaggio e abbozzare un gruppo di villani; dire dieci volte all'ora: "Ci sono!" e pensare che racconterete un giorno ogni cosa; ? davvero il pi? vivo e il pi? vario dei diletti umani. L'Americano russava.

Via via che si va oltre, spesseggiano i villaggi, le case, i ponti, gli acquedotti, tutte le cose che annunziano la vicinanza d'una popolosa e ricca citt? commerciale. Granollers, Sant'Andrea di Palomar, Clot, son circondati di opifici, di ville, di orti, di giardini; per tutte le strade si vedon lunghe file di carri, frotte di contadini, armenti; le stazioni della strada ferrata sono ingombre di gente; chi non lo sapesse, crederebbe d'attraversare una provincia d'Inghilterra, piuttosto che una provincia di Spagna. Oltrepassata la stazione di Clot, che ? l'ultima prima d'arrivare a Barcellona, si vedono da ogni parte vasti edifizi di mattoni, lunghi muri di cinta, mucchi di materiali da costruzione, torri fumanti, officine, operai; e si sente, o par di sentire un rumor sordo, diffuso, crescente, che ? come il respiro affannoso della gran citt? che si agita e lavora. In fine, s'abbraccia con un colpo d'occhio Barcellona intera, il porto, il mare, una corona di colli, e ogni cosa si mostra e sparisce in un punto, e voi rimanete sotto la tettoia della stazione col sangue sossopra e la testa confusa.

Una diligenza grande quanto un carrozzone della strada ferrata mi trasport? all'albergo pi? vicino, nel quale, appena entrato, sentii parlare italiano. Confesso che ne provai un piacere, come se mi fossi trovato a una sterminata lontananza dall'Italia, e dopo un anno di viaggio. Ma fu un piacere che dur? poco. Un cameriere, quello stesso che avevo sentito parlare, mi accompagn? su in una camera, e poich? s'era accorto dal mio sorriso che dovevo essere suo compaesano, mi domand? con bel garbo:

"Finisce di arrivare?"

"Finisce di arrivare?" domandai alla mia volta stralunando gli occhi.

"Ora medesimo! cammino di ferro! ma che razza d'italiano parli, amico mio?"

Rimase un po' sconcertato. Seppi poi che a Barcellona v'? un gran numero di camerieri d'albergo, di fattorini da caff?, di cuochi, di servitori d'ogni genere, piemontesi, la maggior parte della provincia di Novara, che andarono in Spagna da ragazzi, e che parlano codesto gergo orribile, misto di francese, d'italiano, di castigliano, di catalano, di piemontese, non con gli Spagnuoli, s'intende, perch? lo spagnuolo lo hanno imparato tutti; ma coi viaggiatori italiani, cos?, per vezzo, per far vedere che non hanno dimenticato la lingua patria. Per questo sentii poi dire da molti catalani: "Eh! tra la vostra lingua e la nostra c'? poca differenza!" Sfido io! Potrebbero anzi dire quello che mi disse con un tuono di benevola alterezza un corista castigliano, a bordo del bastimento che mi portava cinque mesi dopo a Marsiglia:--La lingua italiana ? il pi? bello dei dialetti che si sian formati dalla nostra.--

Mentre cercavo la via per andare alla cattedrale, incontrai un drappello di soldati spagnuoli. Mi fermai a guardarli, raffrontandoli colla pittura che ne fa il Baretti, quando racconta che lo assalirono nell'albergo, e uno gli prese l'insalata nel piatto, e un altro gli strapp? di bocca la coscia di pollo. Bisogna dire che d'allora in poi sono molto cangiati. A prima vista, si piglierebbero per soldati francesi, ch? hanno anch'essi i calzoni rossi e un cappotto bigio che scende fino al ginocchio. La sola differenza notevole ? nella copertura del capo. Gli Spagnuoli portano un berretto d'una foggia particolare, schiacciato sul di dietro, incurvato sul dinanzi, munito d'una visiera che si ripiega sulla fronte, di panno bigio, duro, leggero e grazioso alla vista, e chiamato col nome dell'inventore, Ros de Olano, generale e poeta, che lo modell? sul suo berretto da caccia. La maggior parte dei soldati ch'io vidi, tutti di fanteria, eran giovani, bassetti di statura, bruni, svelti, puliti, come si suole immaginare che siano i soldati d'un esercito che ebbe altre volte le fanterie pi? leggere e pi? vigorose d'Europa. Oggi ancora i fantaccini spagnuoli hanno fama di instancabili camminatori e di corridori lestissimi; sono sobrii, fieri, e pieni d'un orgoglio nazionale del quale ? difficile formarsi un'adeguata idea senz'averli conosciuti da vicino. Gli ufficiali portano una tunica nera e corta, come quella degli ufficiali italiani; che sogliono, fuor di servizio, tenere aperta, mostrando un panciotto abbottonato fino al collo. Nelle ore di libert?, non cingon la spada; nelle marcie, cos? come i soldati, portano un par di ghette di panno nero, che giungon fin quasi al ginocchio. Un reggimento di fanteria, in completo assetto di guerra, presenta un aspetto ad un tempo grazioso e guerresco.

Questa parte del Cimitero, fabbricata, se cos? pu? dirsi, a citt?, appartiene alla classe media della popolazione; e confina con due vasti recinti, uno destinato ai poveri, nudo, piantato di grandi croci nere; l'altro destinato ai ricchi, pi? vasto anche del primo, coltivato a giardino, circondato di cappelle, vario, ricco, stupendo. In mezzo a una foresta di salici e di cipressi, s'innalzano da ogni parte colonne, cippi, tombe enormi, cappelle marmoree sopraccariche di sculture, sormontate da ardite figure d'arcangelo che levan le braccia al cielo; piramidi, gruppi di statue, monumenti vasti come case che sovrastano agli alberi pi? alti; e fra monumento e monumento, cespugli, cancellate, aiuole fiorite; e nell'entrata, tra questo e l'altro campo santo, una stupenda chiesuola di marmo, cinta di colonne, mezzo nascosta dagli alberi, che prepara nobilmente l'animo al magnifico spettacolo del di dentro. All'uscire da questo giardino, si riattraversano le strade deserte della necropoli, che paiono anche pi? silenziose e pi? triste che al primo entrare. Varcata la soglia, si risaluta con piacere le case variopinte dei sobborghi di Barcellona sparse per la campagna, come avantiguardie messe l? ad annunziare che la popolosa citt? si dilata e si avanza.

Ma i veramente implacabili sono i Carlisti. Dicon della nostra rivoluzione roba da cani in buonissima fede, essendo la maggior parte convinti, che il vero re d'Italia sia il Papa, che l'Italia lo voglia, e che abbia chinato il capo sotto la spada di Vittorio Emanuele, perch? non c'era modo di far altrimenti; ma che aspetti l'occasione propizia per liberarsene, come ha fatto dei Borboni e degli altri. E pu? giovare a provarlo il seguente aneddoto che io riferisco, come l'ho sentito narrare, senza neanco un'ombra d'intenzione di ferire la persona che n'? attore principale. Una volta un giovane italiano, che io conosco intimamente, fu presentato a una delle pi? ragguardevoli signore della citt?, e ricevuto con una squisita cortesia. Erano presenti alla conversazione parecchi italiani. La signora parl? con molta simpatia dell'Italia, ringrazi? il giovane dell'entusiasmo che mostrava d'avere per la Spagna, mantenne, in una parola, una viva e gioviale conversazione coll'ospite riconoscente per quasi tutta la serata. A un tratto gli domand?: "E tornando in Italia, in che citt? s'andr? a stabilire?"

"A Roma," rispose il giovane.

"Per difendere il Papa?" domand? la signora con la pi? schietta franchezza.

Il giovane la guard?, e rispose sorridendo ingenuamente: "No, davvero."

Il basso popolo, per?, repubblicaneggia, e come ha la reputazione di essere pi? pronto ai fatti di quello che non sia largo a parole, ? temuto. Quando in Spagna si vuol sparger la voce d'una prossima rivoluzione, si comincia sempre dal dire che scoppier? a Barcellona, o che sta per scoppiarvi, o che v'? scoppiata.

La Catalogna, infatti, ? forse la provincia di Spagna, che conta meno nella storia delle belle arti. Il solo poeta, non grande, ma celebre, che sia nato in Barcellona, ? Giovanni Boscan, che fior? sul principio del secolo decimosesto, e introdusse pel primo nella letteratura spagnuola il verso endecasillabo, la canzone, il sonetto, e tutte le forme della poesia lirica italiana di cui era ammiratore appassionato. Da che dipende una grande trasformazione, come fu questa, di tutta la letteratura d'un popolo! Dall'esser andato a stare il Boscan a Granata, quando v'era la Corte di Carlo V, e aver conosciuto l? un ambasciatore della repubblica di Venezia, Andrea Navagero, che sapeva a memoria i versi del Petrarca, e glieli recitava, e gli diceva:--Mi pare che potreste scriver cos? anche voialtri; provate!--Il Boscan prov?; tutti i letterati di Spagna gli gridaron la croce addosso. E che il verso italiano non sonava, e che la poesia di Petrarca era una sdolcinatura da femminette, e che la Spagna non aveva bisogno di strascicar l'estro sulla falsariga di nessuno. Ma il Boscan tenne duro: Garcilaso della Vega, il valoroso cavaliere, amico suo, che ricevette poi il glorioso titolo di Malherbe della Spagna, lo segu?; il drappello dei riformatori s'ingross? a poco a poco, divenne esercito, vinse e domin? l'intera letteratura. Il vero consumatore della riforma fu il Garcilaso; ma il Boscan ebbe il merito della prima idea, onde a Barcellona l'onore d'aver dato alla Spagna chi fece mutar il viso alla sua letteratura.

L'ultima sera andai al Teatro del Liceo, che ha fama di essere uno dei pi? belli d'Europa, e forse il pi? vasto. Era pieno zeppo di gente dalla platea alla piccionaia, che non ci sarebbe pi? capito un centinaio di persone. Dal palco in cui ero io, si vedevan le signore della parte opposta piccine come bimbe; e a socchiuder gli occhi, non apparivan pi? che tante strisce bianche, una ad ogni ordine di palchi, tremolanti e luccicanti come immense ghirlande di camelie imperlate di rugiada e agitate dal zeffiro. I palchi, vastissimi, sono divisi da un assito che s'abbassa dal muro verso il parapetto, lasciando scoperto tutto il busto delle persone sedute sulle prime seggiole; in modo che, all'occhio, il teatro par fatto tutto a gallerie, e n'acquista un'aria di leggerezza che fa un bellissimo vedere. Tutto sporge, tutto ? scoperto, la luce batte in ogni parte, ogni spettatore vede tutti gli spettatori, le corsie son spaziose, si va, si viene, si gira a tutt'agio da ogni lato, si pu? contemplare ogni signora da mille punti, passare dalle gallerie ai palchi, dai palchi alle gallerie, passeggiare, far crocchio, bighellonare tutta la sera di qua e di l?, senza urtar nel gomito anima viva. Le altre parti dell'edifizio sono proporzionate alla principale: corridoi, scale, pianerottoli, vestiboli da gran palazzo. Vi son sale da ballo ampie e splendide, nelle quali si potrebbe piantare un altro teatro. Eppure, anche qui dove i buoni Barcellonesi non dovrebbero pensare ad altro che a ricrearsi dalle fatiche della giornata nella contemplazione delle loro belle e superbe donne, anche qui i buoni Barcellonesi comprano, vendono, giocano, trafficano, come anime dannate. Nei corridoi ? un andirivieni continuo di agenti di banca, di commessi d'uffizio, di portatori di dispacci, e un continuo voc?o da mercato. Barbari! Quanti bei visi, quanti begli occhi, quante stupende capigliature brune in quella folla di signore! Anticamente i giovani Catalani innamorati, per cattivarsi il cuore delle loro belle, si inscrivevano nelle confraternite dei flagellanti, e andavano sotto le loro finestre con una sferza metallica a farsi spicciare il sangue dalle carni, e le belle gl'incoraggiavano, accennando: "Batti, batti ancora, cos?, ora t'amo e son tua!" Quante volte avrei esclamato quella sera: "Signori, per carit?, datemi una sferza metallica!"

SARAGOZZA.

A poche miglia da Barcellona, si cominciano a vedere le rocce dentellate del famoso Montserrat, uno strano monte che, a prima vista, fa balenare il sospetto d'un'illusione ottica, tanto ? difficile a credere che la natura possa aver avuto un s? stravagante capriccio. Immaginate una serie di sottili triangoli che si toccano, come quei che fanno i bambini per rappresentare una catena di montagne; o una corona a becchetti distesa pel lungo come la lama d'una sega; o tanti pani di zucchero disposti in fila, e avrete un'idea della forma che presenta da lontano il Montserrat. ? un insieme di coni immensi che s'alzano I' uno accanto all'altro, e l'un sull'altro, o meglio un solo gran monte formato di cento monti, spaccato di su in gi? fin quasi al terzo della sua altezza, in modo che presenta due grandi cime, intorno alle quali si aggruppano le minori; nelle parti alte, arido e inaccessibile; nelle basse, popolato di pini, di quercie, di corbezzoli, di ginepri; rotto qua e l? da grotte smisurate e da spaventevoli burroni, e sparso di romitaggi biancheggianti sulle bricche aeree e nelle gole profonde. Nella spaccatura del monte, fra le due cime principali, sorge l'antico convento dei Benedettini, dove Ignazio di Lojola medit? nella sua giovinezza. Cinquantamila tra pellegrini e curiosi si recano anno per anno a visitare il convento e le grotte, e il giorno otto di settembre, vi si celebra una festa a cui concorre una moltitudine innumerevole di gente da ogni parte della Catalogna.

Le citt? e i villaggi che si vedono nell'attraversar la Catalogna alla v?lta dell'Aragona, son quasi tutti popolati e floridi, e circondati di case industriali, di opifici, di edifizi in costruzione, onde in ogni parte si vedono sorgere di l? dagli alberi dense colonne di fumo, e ad ogni stazione ? un via vai di contadini e di negozianti. La campagna ? una successione alternata di colte pianure, di amene colline, di vallette pittoresche, coperte di boschi e dominate da vecchi castelli, fino al villaggio di Cervera. Qui si cominciano a vedere ampie distese di terreno arido, con poche case sparpagliate, che annunziano la vicinanza dell'Aragona. Ma poi, all'improvviso, si entra in una ridente vallata, coperta d'oliveti, di vigneti, di gelsi, di alberi fruttiferi, sparsa di villaggi e di ville; si vedon da un lato le alte cime dei Pirenei, dall'altro le montagne aragonesi; Lerida, la gloriosa citt? dai dieci assedii, schierata lungo la sponda della Segra, sul pendio d'una bella collina; e tutt'intorno una pompa di vegetazione, una variet? di prospetti, un colpo d'occhio stupendo. ? l'ultima veduta della campagna catalana; dopo pochi minuti s'entra in Aragona.

Aragona! Quante vaghe istorie di guerre, di banditi, di regine, di poeti, d'eroi, d'amori famosi ridesta nella memoria questo sonoro nome! E qual profondo senso di simpatia e di rispetto! La vecchia, nobile ed altera Aragona, sulla cui fronte brilla il pi? splendido raggio della gloria di Spagna! Sul suo stemma secolare sta scritto a caratteri di sangue:--Libert? e valore.--Quando il mondo si curvava sotto il giogo della tirannide, il popolo aragonese diceva ai suoi re per bocca del suo Gran Giustiziere:--Noi che siamo quanto voi, e pi? possenti di voi, vi abbiamo eletto nostro signore e re, col patto che conserviate i nostri diritti e la nostra libert?; e se no, no.--E i suoi re s'inginocchiavano dinanzi alla maest? del Magistrato del popolo, e prestavan giuramento sulla formola sacra. In mezzo alla barbarie del Medio Evo, la fiera gente aragonese non conosceva la tortura, il giudizio segreto era bandito dai suoi codici, tutte le sue istituzioni proteggevano la libert? del cittadino, e la legge aveva impero assoluto. Discesero, mal paghi alla ristretta patria delle montagne, da Sobrarbe a Huesca, da Huesca a Saragozza, ed entrarono vincitori nel Mediterraneo. Congiunti alla forte Catalogna, redensero dall'araba signoria le Baleari e Valenza; combatterono a Muret per il diritto oltraggiato e la coscienza violata; domarono gli avventurieri della casa d'Angi?, spodestandoli delle terre italiane; ruppero le catene del porto di Marsiglia, che pendono ancora dalle pareti dei loro tempi; signoreggiarono il mare dal golfo di Taranto alle foci del Guadalaviar, colle navi di Ruggero di Lauria; soggiogarono il Bosforo, colle navi di Ruggero di Flor; da Rosas a Catania corsero il Mediterraneo sulle ali della vittoria; e come se fosse angusto l'Occidente alla loro grandezza, andarono ad incidere sulla cima dell'Olimpo, sulle pietre del Pireo, sui monti superbi che son quasi le porte dell'Asia, il nome immortale della patria.

Arrivai a Saragozza a notte avanzata, e scendendo, mi colp? subito l'orecchio la cadenza particolare colla quale parlavano i vetturini, i facchini e i ragazzi, che si disputavano la mia valigia. In Aragona si pu? dir che si parla il castigliano, anche dal popolo minuto, bench? con qualche storpiatura e qualche barbarismo; ma allo spagnuolo delle Castiglie basta una mezza parola per riconoscere l'aragonese; e non c'? castigliano infatti, che non sappia imitare quell'accento, e non lo metta, all'occasione, in ridicolo, per quello che ha di rozzo e di monotono, presso a poco come si fa in Toscana della parlata di Lucca.

Entrai nella citt? con un certo sentimento di trepida riverenza; la terribile fama di Saragozza me ne imponeva; quasi mi mordeva la coscienza di averne tante volte profanato il nome nella scuola di Rettorica, quando lo gettavo in volto, come un guanto di sfida, ai tiranni; le strade eran buie; non vedevo che il nero contorno dei tetti e dei campanili sul cielo stellato; non sentivo che il rumore delle diligenze degli alberghi che si allontanavano. A certe svoltate, mi pareva di veder luccicare alle finestre canne di fucile e pugnali, e di udir grida lontane di feriti. Avrei dato non so quanto perch? spuntasse il giorno, per cavarmi la vivissima curiosit? che mi stimolava, di visitar ad una ad una quelle strade, quelle piazze, quelle case famose per lotte disperate e uccisioni orrende, ritratte da tanti pittori, cantate da tanti poeti, e sognate da me tante volte prima di partire d'Italia, ripetendomi con gioia:--Le vedrai!--Giunsi finalmente al mio albergo, guardai fisso il cameriere che mi condusse alla camera, sorridendogli amorevolmente come per dire:--Non sono un invasore, risparmiami!--e data un'occhiata a un gran ritratto di Don Amedeo appeso alla parete del corridoio, in un canto, a particolare conforto dei viaggiatori italiani, andai a letto, ch? cascavo di sonno come uno qualunque dei miei lettori.

Allo spuntar del giorno mi precipitai fuori dell'albergo. Non c'era ancor n? botteghe, n? porte, n? finestre aperte; ma non appena misi il piede nella strada, mi scapp? un mezzo grido di stupore. Passava una brigatella di uomini cos? stranamente vestiti, che io credetti a prima vista che fossero mascherati; e poi pensai: no, son comparse di teatro; e poi ancora: no, neppure, sono matti. Figuratevi: per cappello, un fazzoletto rosso annodato intorno al capo, a modo di c?rcine, dal quale uscivano sopra e sotto i capelli arruffati; una coperta di lana a striscie bianche e azzurre, indossata a guisa di mantello, ampia, cadente fin quasi a terra, come una toga romana; una larga fascia azzurra intorno alla vita; un paio di calzoncini corti, di velluto nero, stretti intorno al ginocchio; le calze bianche; una specie di sandali a nastri neri incrociati sul dosso del piede; e in questa artistica variet? di vestimento, l'impronta evidente della miseria; e con quest'evidenza di miseria, un non so che di teatrale, di altero, di maestoso nel portamento e nei gesti, un'aria da Grandi di Spagna decaduti, che mette in dubbio, al vederli, se s'abbia da ridere o da compiangere, da metter la mano alla borsa per fare un'elemosina o da levarsi il cappello in segno di riverenza. E non son altro che contadini dei dintorni di Saragozza. Ma quella che ho accennato non ? che una delle mille variet? della stessa foggia di vestire. Andando oltre, ad ogni passo ne incontrai una nuova: vi sono i vestiti all'antica, i vestiti alla moderna, gli eleganti, i semplici, i festivi, i severi, ognuno con ciarpe, fazzoletti, calze, cravatte, panciotti di colori diversi; le donne colla crinolina, e le sottane corte, che lascian vedere un po' di gamba, e i fianchi spropositatamente rialzati; i ragazzi anch'essi col loro manto a striscie e la loro pezzuola intorno al capo, e i loro atteggiamenti drammatici, come gli uomini. La prima piazza sulla quale riuscii era piena di questa gente, divisa in gruppi, chi seduto sugli scalini delle porte, chi appoggiato agli angoli delle case, qualcuno sonando la chitarra, altri cantando; molti in giro a chieder l'elemosina, coi panni rappezzati e laceri, ma pur colla testa alta e l'occhio fiero; parevan gente usciti allora allora da un veglione, dove avessero rappresentato tutti insieme una trib? selvaggia di qualche ignoto paese. A poco a poco si apersero le botteghe e le case, e il popolo saragozzano si sparse per le strade. I cittadini, nel vestire, non han nulla di diverso da noi; ma s? qualcosa di particolare nei volti; alla seriet? degli abitanti della Catalogna, uniscono l'aria sveglia degli abitanti delle Castiglie, avvivata ancora da un'espressione di fierezza tutta propria del sangue aragonese.

La prima pietra di Nostra Donna del Pilar, fu posta nel 1686 in un luogo dove sorgeva una cappella innalzata da san Giacomo per deporvi l'immagine miracolosa della Vergine che vi ? tuttora. ? un immenso edifizio di base rettangolare, sormontato da undici cupole, coperte di tegole variopinte, che gli danno una graziosa aria moresca; le mura disadorne e di color cupo. Entrate: ? una vasta chiesa, oscura, nuda, fredda, divisa in tre navate, circondata di cappelle modeste. Lo sguardo corre subito al santuario che sorge nel mezzo: l? ? la statua della Vergine. ? come un tempio nel tempio, che potrebbe star solo in mezzo alla piazza, se si abbattesse l'edifizio che lo circonda. Una corona di belle colonne di marmo, disposte ad elissi, sorreggono una cupola riccamente scolpita, aperta nella parte superiore, e ornata intorno all'apertura di ardite figure d'angeli e di santi. Nel mezzo ? l'altar maggiore; a destra l'immagine di san Giacomo; a sinistra, in fondo, sotto un baldacchino d'argento che spicca sur un'ampia tenda di velluto tempestato di stelle, in mezzo al luccich?o di migliaia di voti, al chiarore d'innumerevoli lampade, la statua famosa della Vergine, postavi or sono diciannove secoli da san Giacomo, scolpita in legno, annerita dal tempo, tutta coperta, tranne il capo suo e quello del bambino, da una splendida dalmatica; e sul dinanzi, tra le colonne, intorno al santuario, e lontano, in fondo alle navate della chiesa, in tutti i punti di dove lo sguardo pu? giungere all'immagine venerata, fedeli inginocchiati, prostrati, col capo quasi a terra, colle mani in croce: donne del popolo, operai, signore, soldati, fanciulli; e dalle varie porte della chiesa un continuo venir di gente a passi lenti, in punta di piedi, con gravi aspetti; e in quel profondo silenzio non un mormor?o, non un frusc?o, non un respiro; la vita di quella folla pare sospesa; par che s'attenda da tutti un'apparizione divina, una voce misteriosa, una qualche rivelazione tremenda da quell'arcano Santuario; e anche chi non crede e non prega, ? forzato a fissare lo sguardo dove si fissan tutti gli sguardi, e il corso dei suoi pensieri s'arresta in una specie d'inquieta aspettazione. Oh suonasse pur quella voce! io pensavo; seguisse pure l'apparizione; e fosse anche una parola o una vista che mi facesse incanutire dallo spavento e gettare un urlo non udito mai sulla terra; purch? mi liberasse per sempre da questo orribile dubbio che mi rode il cervello e mi contrista la vita!

La facciata greco-romana, bench? di maestose proporzioni, e la torre alta e leggera, non preparano allo spettacolo grandioso del di dentro. Entrai, e mi trovai immerso nelle tenebre; per un istante, i confini dell'edifizio mi restaron celati; non vidi altro che qualche sprazzo di pallida luce, rotto qua e l? dalle colonne e dagli archi. Poi, a poco a poco, distinsi cinque navate, divise da quattro ordini di bei pilastri gotici, i muri lontani, e la lunga serie delle cappelle laterali, e rimasi attonito. Era la prima cattedrale che corrispondeva all'immagine ch'io m'ero formato delle cattedrali spagnuole, varie, pompose, straricche. La cappella maggiore, sormontata da una vasta cupola gotica in forma di tiara, racchiude in s? sola le ricchezze d'una gran chiesa; l'altar maggior ? d'alabastro, coperto di rosoni, di volute, di rabeschi; la volta ornata di statue; a destra e a sinistra, tombe ed urne di principi: in un angolo la scranna sulla quale siedevano i Re d'Aragona per ricevere la consacrazione. Il coro, che sorge in mezzo alla navata principale, ? un monte di tesori. La sua cinta esteriore, nella quale sono aperte alcune piccole cappelle, presenta una incredibile variet? di statuette, di colonnine, di bassorilievi, di fregi, di pietre, da dover star l? una giornata per poter dire d'aver visto qualcosa. I pilastri delle due ultime navate, e gli archi che s'incurvano sulle cappelle, sono sopraccarichi, dalla base alla volta, di statue,--alcune enormi che par reggan sulle spalle l'edifizio,--di emblemi, di sculture e d'ornamenti d'ogni forma e d'ogni grandezza. Nelle cappelle una profusione di statue, di ricchi altari, di tombe regie, di busti, di quadri, che immersi come sono in una mezza oscurit?, non offrono allo sguardo che una confusione di colori, di luccichii, di forme vaghe, tra le quali l'occhio si perde, e l'immaginazione si stanca. Dopo molto correre di qua e di l?, col quaderno aperto e la matita in mano, notando e disegnando, mi s'ingarbugli? la testa, stracciai i fogli rabescati, promisi a me stesso che non avrei scritto nulla di nulla, uscii dalla chiesa, e mi rimisi a girar per la citt?, senza veder altro, per lo spazio d'una mezz'ora, che lunghe navate oscure, e statue biancheggianti in fondo a cappelle misteriose.

Era il penultimo giorno di carnevale; per le strade principali, verso sera, si vedeva un via vai di maschere, di carrozze, di brigatelle di giovani, di grosse famiglie con bambini, bambinaie, e ragazze da marito, a due a due; ma nessun strepito rincrescevole, n? squarciati canti di ubbriachi, n? serra serra importuni. Di tratto in tratto, si sentiva qualche leggero colpo di gomito, ma leggero assai, da parer il cenno d'un amico che volesse dire:--Son qui,--piuttosto che l'urto d'uno sbadato; e col colpo di gomito, certi suoni di voci tanto pi? soavi delle grida che gettavano le saragozzane antiche dalle finestre delle case crollanti, e tanto pi? ardenti dell'olio bollente che versavano sugli invasori! Oh non erano pi? quei tempi dei quali mi parl? pochi giorni sono, a Torino, un vecchio prete saragozzano, assicurandomi di non aver ricevuto, in sette anni la confessione d'un peccato mortale!

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Pero tambien que me confieses quiero Que es tanta la beldad de su mentira, Que en vano ? competir con ella aspira Belleza igual de rostro verdadero.

Mas que mucho que yo perdido ande Por un enga?o tal, pues que sabemos Que nos enga?a asi naturaleza?

Porque ese cielo azul que todos vemos No es cielo, ni es azul: ?l?stima grande Que no sea verdad tanta belleza!>>

Con questo mi parve di poter dire che avevo visto Saragozza, e tornai all'albergo ricapitolando le mie impressioni. Mi restava per? una gran voglia di fare un po' di conversazione con qualche buon saragozzano, e dopo desinare andai al caff?, dove trovai subito un capomaestro e un bottegaio, che tra un sorso e l'altro di cioccolatte, mi esposero lo stato politico della Spagna e i mezzi pi? efficaci

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"Mi pare d'aver capito il suo concetto; e lei," domandai al capomaestro, "come crede lei che si potrebbe salvar la Spagna?"

"E come!" risposi.

"Hai inteso, eh?" domand? l'altro.

L'entrata di re Amedeo in Saragozza, e la breve dimora che vi fece nel 1871, diedero occasione a parecchi fatti, che meritano d'essere raccontati; non solo perch? si riferiscono al Principe, ma perch? sono una eloquente manifestazione del carattere del popolo. E prima d'ogni altra cosa il discorso del Sindaco, del quale s'? fatto tanto scalpore, in Spagna e fuori, e che rester? forse fra le tradizioni di Saragozza come un esempio classico di audacia repubblicana. Il Re arriv? verso sera alla stazione della strada ferrata, dove eran venuti ad aspettarlo, accompagnati da un'immensa folla, i rappresentanti di molti Municipii, e associazioni e corpi militari e civili di varie citt? d'Aragona. Dopo le solite grida e i soliti applausi, si fece silenzio, e l'alcade di Saragozza, presentatosi al Re, lesse con enfatica voce il seguente discorso:

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