Read Ebook: Socrate by Labriola Antonio Croce Benedetto Editor
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Ebook has 344 lines and 50103 words, and 7 pages
Socrate avea il fermo convincimento di adempiere il dovere di una missione divina; e la finezza del suo giudizio, congiunta all'abito costante dell'osservazione morale, gli avea fatto avvertire la prossimit? del divino, nella forma speciale di una personale relazione. Correggere, rettificare, ed esaminare le opinioni altrui eragli imposto dalle religiose esigenze dell'animo, che non ammettevano esercitasse l'arte della parola come espressione di un dilettantismo dottrinale. Il divieto della divinit?, che lo tenea lungi dalle faccende dello Stato, gl'imponea una completa rassegnazione alle inevitabili conseguenze della sua missione. Ma erano queste opinioni il risultato di una fantastica considerazione del mondo, ed assumevano esse forse il carattere di un'arbitraria pretensione di riformare ad ogni costo l'ordine stabilito della societ?, per modellarlo secondo i dettami di una speciale rivelazione? Nulla di tutto questo. Socrate visse sempre in pieno accordo con tutti, e non manc? mai di adempiere n? i doveri del culto, n? le pratiche della legale ????????; le sue massime non l'indussero mai, durante la lunga vita di 70 anni, ad entrare in una guerra dichiarata con le forme tradizionali, come avevano fatto Diagora ed Anassagora, Gorgia e Protagora, suoi contemporanei. Il suo Dio era qualche cosa di affatto etico; ma gi? altri prima di lui, senza destare sospetti, e nella massima buona fede, avevano introdotto tacitamente nelle forme religiose mitico-tradizionali una nuova motivazione; ed Eschilo, Pindaro, Sofocle, ecc. aveano incarnato nei nomi di Zeus, Apollo, le Eumenidi ecc. un nuovo concetto del divino, della pena, dell'espiazione, della legge e della coscienza morale. Socrate insomma non fece che obbiettivare, nei limiti molto oscillanti, e nelle forme riconosciute della patria religione, un processo psicologico ed etico affatto individuale; la quale libert? in tanto era possibile, perch?, mancando ai Greci un ordine speciale di uomini destinati a conservare i veri religiosi, ed essendo gi? la tradizione mitica passata attraverso alle molteplici alterazioni, che furono conseguenza della variet? delle stirpi e dello sviluppo della coltura, il difetto di una chiesa e di una dommatica rendea difficile il criterio dell'ortodossia e della eresia. E se vuol dirsi, come altri ha fatto, che il figlio di Sofronisco fu un eretico, bisogna allargar tanto questo concetto, da far sparire ogni misura di religione tradizionale presso i Greci; la qual cosa quanto sia infondata pu? vedere ognuno, che abbia una conoscenza esatta dei loro monumenti letterari. Anzi, noi siamo tanto lungi da una simile opinione, da credere, che Socrate con le sue vedute si avvicini di molto a quella profonda reazione religiosa, che, cominciata in sul mezzo della guerra del Peloponneso, fin? per guardare come pericolosa tutta la scienza che avea divagato in ricerche arbitrarie ed individuali, e che non ? improbabile abbia trovata una espressione artistica nelle ultime produzioni di quell'Euripide, il quale gi? prima avea tanto lavorato ad accrescere l'influenza della irreligiosit? sofistica. E che questa nostra opinione non possa essere invalidata con l'argomento dell'accusa di Meleto, pu? intendersi di leggieri da chiunque rammenti, di quanti equivoci dello stesso genere offra esempi la storia.
Cerchiamo ora di riassumere in breve i motivi ed i risultati di quel processo, che poc'anzi abbiamo indicato.
L'intima compenetrazione di tutti questi svariati e molteplici motivi, nella persona di un uomo in cui la piet?, la moderazione, e la temperanza erano siffattamente immedesimate con le abitudini della vita, da sembrare tutt'insieme un'opera artistica di plastica evidenza, offriva ai contemporanei argomento alle pi? svariate opinioni, ed ? stata in gran parte cagione dei giudiz? spesso divergenti, che i critici moderni hanno pronunciato intorno a Socrate. Noi avremo a quando a quando occasione di tornare su questi elementi generali della sua coscienza, per correggere il troppo o il poco che pu? dirsi, o si ? detto sul valore e la positiva importanza dei suoi princip? scientifici; e per ora aggiungiamo una osservazione. Socrate come semplice filosofo ? un parto d'immaginazione, non solo perch? in generale non s'ha ragione di prescindere dalle reali condizioni in cui una dottrina s'? svolta, quando i motivi ne siano noti e palesi, ma perch?, in questo caso speciale, la natura ed il carattere delle testimonianze autentiche non consentono, che si proceda con sicurezza all'esposizione della dottrina, come se fosse per s? stessa isolata ed evidente. La determinazione del valore filosofico di Socrate si avvicina pi? alla natura d'un problema, che all'analisi d'un fatto.
DEL VALORE FILOSOFICO DI SOCRATE
Una coscienza informata alle pi? intime convinzioni religiose, che riposano sul concetto dell'intelligenza come autrice e provvidente reggitrice del mondo, ed animata dal vivo bisogno di correggere e migliorare le opinioni altrui, non ? ancora precisamente quello, che noi siamo usi di chiamare coscienza filosofica. La energia personale del carattere, congiunta alla rettitudine del giudizio morale, e ravvivata da una incessante lotta con tutti gli elementi pi? pronunziati della vita sociale ed artistica dei contemporanei, sarebbe bastata per fare di Socrate quello che ci ? apparso finora; e per improntare nella sua persona quel carattere di dignit? e di costante abnegazione, che la sua vita e la sua morte rivelano egualmente. Egli potea bene divenire un moralista popolare, un riformatore dello Stato, o qualcosa di simile, e pure non rivelare nelle sue convinzioni quel lavoro di esame e di ricerca, che costituisce la natura della scienza: egli potea, insomma, rimanere un eroe di moderazione e di costanza, senza essere un filosofo.
Ma la concorde testimonianza dell'antichit? fa di lui l'autore di un nuovo indirizzo nelle ricerche filosofiche; e per quanto la divergenza dei ragguagli possa far nascere dei dubbi sul carattere preciso delle sue opinioni, egli ? innegabile, che tolto di mezzo Socrate dalla tradizione filosofica dei Greci, non solo tutto lo svolgimento della filosofia da Platone in poi, ma lo stesso dialogo platonico come monumento letterario diviene inesplicabile.
Fare del valore filosofico di Socrate una quistione pu? invero sembrare ozioso ed inopportuno; e basta forse guardare un poco le storie della filosofia, e le molte monografie concernenti questo soggetto, per persuadersi, che nessuno pi? mette in dubbio il valore scientifico e l'importanza filosofica di lui. Tuttavia, se si pon mente alla circostanza non punto lieve, che appena in sul cominciamento di questo secolo si ? detto sul conto di Socrate qualcosa che mostri, come la ricca immagine storica e leggendaria della sua persona si presti ancora a venir ristretta negli angusti limiti di una valutazione meramente scientifica, e che nulladimeno gli errori ed i malintesi continuano ancora, la nostra questione non parr? n? affatto superflua, n? del tutto tardiva. Molti parlano infatti della filosofia di Socrate come d'un insieme di verit? belle ed assodate, e poi disposte nell'ordine metodico di un sistema; e sconoscono in tal guisa la originalit? della sua coscienza, e come in lui l'attivit? scientifica, essendo pi? un risultato che un proposito, rimanesse sempre nei limiti di un impulso personale. Da un'altra parte, s'? voluto procedere in questa indagine dalla supposizione, che tutte le inconseguenze dovessero rimuoversi, e che certi concetti appena appena accennati dovessero completarsi mediante la congettura; sicch?, misurando il valore di questo o quel pronunziato alla stregua speculativa della filosofia moderna, si ? giunti a formare un Socrate immaginario, il quale corrisponde, o molto poco, o affatto nulla a quello della storia. E, in ultimo, come l'ammirazione che s'ha per Socrate si riferisce in gran parte alla morale perfezione del suo carattere, molti hanno stimato cosa naturale, rigettare come apocrifi quei pronunziati che sono inconciliabili con le nostre convinzioni morali; e, confondendo due criteri disparatissimi, son riusciti a falsare la storia per adattarla alle proprie vedute. Sovra tutte l'opinione, che il bene e l'utile siano identici, ha talmente imbarazzato alcuni critici, che, per paura di non degradare Socrate, hanno finito per rigettare la testimonianza di Senofonte.
Noi ci siamo facilitata la soluzione del problema, col modo come abbiamo tratteggiata la coscienza di Socrate, ed esposti i vari motivi che lo determinavano alla sua attivit? correttiva e pedagogica; ed abbiamo cos? evitato l'inconveniente di prender le mosse dalle qualit? formali o speculative del suo ingegno, per dedurne poi tutte le conseguenze dottrinali che i testimoni autentici ci hanno trasmesso; perch? qui non si tratta di un lavoro coscientemente compiuto, per raggiungere la certezza teoretica mediante l'analisi e la critica delle altrui opinioni. Il motivo unico ed intrinseco di quella attivit? era il bisogno etico della certezza, e la convinzione, che questa non si acquisti se non mediante la conoscenza chiara ed evidente. Cerchiamo ora di caratterizzare sotto questo aspetto il valore filosofico di Socrate.
Senofonte e Platone mettono in bocca agl'interlocutori di Socrate questa notevole accusa, ch'egli solesse ripeter sempre le medesime cose, e sempre nel medesimo modo, interrompendo il libero corso all'esposizione dell'avversario, Socrate in fatti non sapea esprimere il suo pensiero in un discorso concepito in forma oratoria, alla maniera di Gorgia e di Protagora suoi interlocutori, n? potea vagare in tutto il campo dello scibile come Ippia il polistore, o adattarsi alla maniera sdegnosa e virulenta di Callide e Trasimaco: una certa innata sobriet? di spirito, ed una moderazione a tutta pruova, che era divenuta natura, lo conteneano in certi limiti costanti, ai quali egli cercava ridurre i suoi uditori. Questo fare era monotono, ed avea l'aria di pedanteria: tanto pi?, perch? rinunziare al mezzo tanto potente della persuasione oratoria non potea non sembrar cosa strana in una democrazia, dove tutte le pubbliche faccende dipendeano dall'arte della parola. Ma tornava forse Socrate di continuo all'affermazione di questa o quella massima morale, per ripeterla ogni istante, ed improntarla nell'animo degli uditori? Era egli forse un moralista bello e compiuto, che catechizza e predica; o tenea forse in serbo uno schema logico, che andava applicando ad ogni sorta di quistioni? Nulla di tutto ci?. Il suo discorso cadea sopra oggetti disparatissimi, e quali l'occasione prossima li venisse offrendo: nessuno studio nella scelta degli argomenti potea disporre il suo animo alla ripetizione monotona delle medesime cose, n? dalla sua occupazione dialogica risult? mai un complesso di pronunziati, che prendessero forma di massime e di precetti. Le condizioni stesse della coltura etica ed artistica non consentiano, che a quel tempo si potesse apprendere, come avvenne pi? tardi, le relazioni morali nell'astratta universalit? della massima, o formulare nettamente una esigenza logica; tanto ? vero, che i discepoli o seguaci che voglia dirsi di Socrate ebbero pi? a sviluppare, ciascuno per proprio conto, i germi che avean raccolto dalle accidentali conversazioni del maestro, che a discutere sul valore positivo di questo o quel principio.
Quella monotonia notata dagli avversari non concerneva che l'esigenza della formale evidenza e certezza del discorso; ed era quindi l'intenzionale ritorno ai medesimi presupposti, nel lato formale d'ogni quistione. Ma questo formalismo non apparisce ancora in Socrate come gi? isolato, e distinto dall'oggetto della ricerca, e come presente alla coscienza del filosofo per s? ed obbiettivamente; perch? agisce solo come reale esigenza di colui, che ragionando avverte per la prima volta, che il ragionamento dev'essere conseguente, fondato ed evidente.
La maniera corretta e cosciente del ragionare ? nella nostra coltura filosofica cosa troppo ovvia, e la nostra educazione ci fornisce ben presto dello schema logico della definizione, della pruova ecc., in guisa, che possiamo al tempo stesso indurre, dedurre, ed argomentare perfettamente, ed aver coscienza della forma logica per s? stessa, e studiarla nei suoi caratteri e nel suo valore: ma tutto ci? era allora impossibile. In Socrate l'esigenza del sapere esatto e formalmente corretto ? ancora un semplice atto di personale energia, un bisogno intrinseco di certezza e di acquiescenza alla normalit? di una opinione chiaramente concepita, un lavoro che si compie per la necessaria coefficienza dei vari elementi etici della coltura e della tradizione, e non pu? ancora presentarsi allo spirito come un dato di estrinseca evidenza.
Se noi ci sforziamo per poco di rappresentarci il mondo, secondo l'immagine, che la coscienza anche pi? colta dei contemporanei di Socrate ne avea espressa nella storia, nella poesia, nelle leggende, nelle massime e nei detti dei sapienti; e se guardiamo poi quanta differenza corra da quella pienezza ed inconsapevolezza d'intuizione, alle aporie della ricerca, solo allora intendiamo quanta profondit? filosofica fosse nelle ricerche di Socrate, e la parsimonia stessa dei mezzi da lui adoperati diverr? pi? degna di ammirazione, perch? ? pruova evidente della energia, con la quale egli seppe avvertire la necessit? di correggere ad una stregua costante tutte le incertezze della conoscenza ordinaria, e fermarsi poi ed insistere tutta la vita nel criterio acquistato.
I presupposti logici, ai quali tutte le quistioni del dialogo socratico sono riducibili, consistono nella epagoge e nella definizione; e noi cercheremo in s?guito di esporre il modo, come queste due funzioni si sono spiegate in quell'orizzonte scientifico che Socrate s'era tracciato. Per ora baster? aver notato, come questa ? la prima volta che nello spirito umano si sia fatto palese il bisogno, che prima di determinare la natura, il fine, ed il valore degli oggetti, bisogna acquistare una coscienza precisa ed inalterabile delle condizioni in cui deve trovarsi la conoscenza, perch? possa dirsi certa ed evidente. Tutto quello che la speculazione posteriore ha strettamente designato come elemento logico del sapere, e che ha cercato successivamente di sceverare dalla natura immediata e dalle condizioni incerte e fluttuanti del soggetto pensante, apparisce nella sfera della ricerca socratica come qualcosa di affatto connaturato con le esigenze pratiche di colui che ricercava; e senza isolarsi dai motivi che l'aveano praticamente prodotto, acquist? un grado di sufficiente evidenza nella coscienza, tanto da rimanere, non solo principio efficace in Socrate, ma costante centro ed impulso di ogni posteriore attivit? scientifica.
Abbiamo invero detto, che il valore filosofico di Socrate consiste nella esigenza di un sapere normale e certo; ma la forma limitativa, con la quale abbiamo espressa questa opinione, esclude di fatto tutte le caratteristiche alle quali pu? in apparenza sembrare che ci avviciniamo. Che il sapere figuri allora per la prima volta come una potenza determinata, e serva a correggere l'opinione e la tradizione, ed a condurre come norma sicura la ricerca del filosofo in tutte le complicazioni e le incertezze del dialogo, ci? non vuol dire, che il concetto del sapere abbia raggiunta una tale importanza ed obbiettivit?, da segnare esso stesso il termine e lo scopo della ricerca. E quando in fine, dal confronto di Socrate coi precedenti tentativi filosofici si vuole arguire la consapevolezza che egli ha potuto raggiungere della sua posizione storica, si viene a confondere due ordini di criteri del tutto diversi; perch? dal giudizio che noi riportiamo su la importanza di una personalit? storica, non pu? indursi qual grado di consapevolezza quella persona stessa abbia raggiunto.
Il valore filosofico di Socrate sta in relazione diretta con l'orizzonte della sua coscienza; nel quale noi abbiamo rinvenuti motivi di natura pi? immediata, pi? complessa, e pi? personale di quelli che conducono esclusivamente alla conoscenza speculativa. Questa determinazione intrinseca della sua attivit? ci fornisce ora di mezzi sufficienti, per rifare indirettamente, e mediante la congettura, il processo genetico della sua coscienza filosofica, che ? stato impossibile d'intendere su la semplice testimonianza delle fonti storiche.
Socrate non occupa immediatamente un posto nella storia della filosofia, merc? l'accettazione o la critica di una tradizione teoretica; e per questa ragione stessa non arriv? all'affermazione astratta del principio logico della certezza, come regolativo della ricerca e correttivo del conoscere comune ed inconsapevole. Le condizioni speciali del suo carattere lo aveano predisposto a sentire profondamente il bisogno di una religione intima e depurata dalle esteriorit? della tradizione; e di una certezza etica che lo tenesse libero dalle fluttuazioni dei momentanei interessi e delle opinioni correnti: e quella naturale predisposizione tocc? il suo soddisfacimento in un concetto della divinit?, che riconosceva insiememente la bellezza ed armonia del mondo, e la libert? umana come predeterminata al bene. La costanza, la fermezza d'animo, il naturale sentimento del giusto, la morale certezza della inalterabilit? della legge, la perpetua acquiescenza al corso delle cose perch? riconosciuto provvidenziale, -- tutte queste tendenze sollecitarono la sua intelligenza, predisposta alla riflessione, a cercare una norma costante dei giudizi, e trovatala egli persistette ad applicarla come stregua alla condotta morale sua propria, e dei suoi concittadini. E scorgendo egli, che il materiale delle opinioni e dei giudizi etici, qual era raccolto nella lingua e nella tradizione ed espresso nella coscienza politica dei contemporanei, se a prima vista potea avere il suo fondamento nelle costanti condizioni della natura umana, non corrispondeva sempre a quel grado di consapevolezza, che le sue abitudini riflessive gli aveano reso connaturale, il bisogno di fare entrare nell'animo altrui l'intimit? e lo spirito di conseguenza lo fece divenire maestro di morale, ed educatore della giovent?.
In questa nostra maniera d'intendere l'attivit? filosofica di Socrate trovano un posto naturale alcune opinioni, che incontestabilmente gli appartengono, e che altrimenti non sarebbero spiegabili; ed, oltre a ci?, molte questioni, che si non sollevate su la dottrina socratica, rimangono escluse di fatto. Toccheremo alcuni di questi punti.
OSSERVAZIONI
Molti espositori della dottrina di Socrate non hanno sufficientemente intesa l'importanza di quella opinione riferita da Platone, e indirettamente confermata da Senofonte, la quale concerne la limitazione del sapere umano, e la sua assoluta inferiorit? al sapere divino. Anzi, si ? giunti fino a negare, che questo principio sia stato pronunziato con seria convinzione; ed alcuni hanno voluto spiegarlo con certe ragioni di convenienza, le quali, se pure riuscissero a chiarire qualche cosa, non si sa quanto lascerebbero di genuino nella dottrina socratica.
Quel principio invece, non solo ? schiettamente pensato, ma sta tanto in cima di tutta la filosofia socratica, che per s? solo basta a caratterizzarla. Il sapere socratico ? essenzialmente identico al fare; e questo convincimento non ? il risultato di una equazione, stabilita per via di una serie di deduzioni pi? o meno fondate sopra un'anticipata conoscenza logica e psicologica, ma ? qualcosa d'immediato nella coscienza di Socrate, il quale era arrivato all'esigenza del sapere, spinto appunto dal bisogno di rendersi evidente e certo il giudizio morale. L'esigenza etica ed il bisogno religioso, combinandosi insieme e coadiuvandosi vicendevolmente, lo menarono a riconoscere la limitazione del sapere umano, perch? il sapere del quale egli avea notizia era quello appunto che determina a fare; e, nello stesso tempo, gli fecero ammettere la superiorit? del sapere divino, come quello che era impulso ad una pi? larga sfera di azioni, e ad una produzione pi? ampia e pi? perfetta. Non pu? negarsi, che tutti questi concetti sono espressi da Senofonte con tale una semplicit?, e diremmo quasi infantile ingenuit?, da non potere per s? soli formare una teologia razionale, sicch? rimangono inferiori di gran lunga, non solo alla teologia cristiana, ma benanche a quella di Platone e degli Stoici; ma questa stessa forma immediata e semplice e una pruova ancora pi? convincente della loro autenticit?. E, misurando alla stregua della coltura greca d'allora il principio socratico della superiorit? dell'intelligenza divina su l'umana, si scorge bene, che esso segna un gran progresso nella storia della religione e della filosofia; ed a persuadersene baster? confrontarlo col concetto affatto meccanico dell'intelligenza presso Anassagora.
La coscienza sofistica esprimeva l'incontro di due tendenze, che aveano seguito lungamente il proprio cammino, ciascuna per s? stessa, senza incontrarsi e combinarsi nei medesimi individui. Le ricerche su la natura e l'origine del mondo naturale aveano condotto ad una serie d'ipotesi, e queste a porre certi princip?, come fondamento e spiegazione del cosmo: e la successione non interrotta dei tentativi avea quasi esaurita ogni possibilit? di nuovi princip?. Tutta quella tradizione era al tempo di Pericle, e poco appresso, rappresentata da vari seguaci delle diverse scuole, che tentavano di trovare un'ultima soluzione nella conciliazione di vari princip? fin allora tenuti per repugnanti tra loro. Sotto questo riguardo i Sofisti, sebbene nessuno di essi fosse stato capace di elevarsi ad una concezione organica dell'universo, rappresentavano ancora la filosofia naturale, perch? giovandosi tutti di questa o quella supposizione filosofica, la metteano a profitto come generale elemento di coltura. L'altra tendenza poi, che era in essi pia efficace, era quella che risultava dalla dissoluzione dell'antica morale tradizionale, e che cercava una espressione adequata dei nuovi bisogni nella ricerca individuale, poggiata sul criterio della convinzione personale. L'incontro di queste due tendenze non ? stato qualcosa di arbitrario e di elettivo nella posizione dei Sofisti; e su ciascuno di essi un motivo diverso ha potuto esercitare maggiormente la sua influenza, mentre gli effetti che produssero furono quasi identici. E questa sola circostanza pu? spiegare, come quegli uomini di tempra affatto diversa, di tendenze divergenti e qualche volta opposte, essendo nati nei punti pi? diversi nel mondo greco, e trovandosi solo accidentalmente qualche volta insieme, sapessero esercitare una svariata e grande influenza come esortatori dei principi e consiglieri delle radunanze popolari; e, senza un proposito prestabilito e senza unit? di dottrina, potessero concorrere tutti a produrre le medesime conseguenze; ed in nome d'un sapere universale e con certe massime riformatrici fossero stati capaci di gettare sfiducia ed irrequietezza negli animi, e di eccitare il gusto per tante svariate discipline. Il nome comune di Sofisti che fu loro dato, e che dapprima non importava una nota di riprovazione, ? un indizio sicuro dell'effetto che erano in grado di produrre. Il loro significato nella storia generale della coltura greca ? di gran lunga superiore al loro valore filosofico; e appunto perch? non furono dei filosofi, nello stretto senso della parola, divennero istrumenti di propaganda scientifica e creatori di molte discipline positive. Le ricerche grammaticali e retoriche furono da essi intraprese nel fine pratico del corretto parlare e della persuasione oratoria; e le loro indagini influirono in gran parte a fare avvertire le condizioni formali del ragionamento e favorirono la formazione della logica. La loro attivit? pratica, e gl'interessi politici che ne regolavano la condotta, li determinarono a ricercare la natura delle relazioni etiche ed il valore delle virt? nella famiglia e nello stato.
L'esame delle dottrine sofistiche non ha che fare col nostro argomento; tanto pi?, che, se volessimo toccarlo solo di passaggio, tutto l'andamento del nostro lavoro dovrebb'essere cangiato. Qui vogliamo solo notare, che Socrate per molti riguardi pu? dirsi si aggirasse nel medesimo orizzonte dei Sofisti; tanto che all'occhio volgare egli apparve tutt'uno con quelli. Questa identit? consiste principalmente nell'interesse pratico, che era impulso alle indagini scientifiche dell'uno e degli altri, e che aveali egualmente condotti alla ricerca ed alla determinazione dei concetti etici. Sotto un risguardo pi? generale, Socrate ed i Sofisti coincidevano nell'interesse comune di una consapevole maniera di ragionare. Ma tutta questa apparente identit? sparisce, quando si prendono ad esaminare i motivi della ricerca socratica, che risultavano appunto da un bisogno affatto etico e religioso; e poi si confrontano con la posizione del tutto arbitraria dei Sofisti, che, usando l'arte della parola come mezzo estrinseco di persuasione ed accettando in gran parte come legittima la morale ordinaria del popolo, non si elevarono mai ad una perfetta e schietta intelligenza della natura umana. Ma la differenza e la opposizione apparisce maggiormente in quel principio di Socrate, che poc'anzi abbiamo esaminato. Socrate, con l'ammettere la limitazione del sapere umano, non pronunziava solo una massima di morale rassegnazione, o di religiosa riverenza verso la divinit?, ma esprimeva eziandio con maggiore evidenza il bisogno di un criterio di assoluta certezza. Il sapere diveniva cos? non solo formalmente certo, ma intrinsecamente predeterminato ad uno scopo, nel quale dovea attuare, e necessariamente esaurire, la propria attivit? e potenza. E sebbene sembri, che la relazione, che Socrate stabiliva fra il sapere umano ed il sapere divino, importi una degradazione del primo, e che da essa possa desumersi la relativit? e la contingenza della scienza umana; pure, se si guarda pi? addentro, si vede, che la superiorit? di Socrate su i Sofisti consiste appunto nella chiara coscienza che egli s'ebbe della intrinseca misura del sapere, e del modo come essa era predeterminata da tutto l'ordine della natura. Il sapere umano da un canto, ed il divino dall'altro, appariscono come due sfere affatto diverse; ma, in fondo, come la loro differenza non consiste nella diversa natura dei soggetti intelligenti, ma s? bene nel grado di attivit? e nella diversa sfera d'azione, cos? s'intende perch? Socrate sia stato non solo capace di dare un largo impulso alle ricerche logiche ed etiche, ma eziandio alla metafisica.
Tutti ora ammettono la differenza fra Socrate e i Sofisti; ma la pi? parte dei critici nell'assegnarla s'? principalmente fermata alla differenza dei risultati dottrinali, guardandola sotto l'aspetto della certezza logica. Noi veramente non sappiamo intendere, come Socrate avrebbe potuto sfuggire l'eristica e l'antilogistica dei Sofisti, e sentire vivamente il bisogno di un sapere normale ed obbiettivo, se prima le esigenze religiose della sua coscienza non lo avessero disposto ad ammettere nell'intelligenza, come principio dell'universo, una misura assoluta ed intrinseca della intelligenza umana, come relativa e predeterminata all'attuazione del fine individuale e sociale del benessere. E, come non pu? ritenersi, che Socrate adoperasse nella critica dei Sofisti un istrumento di cui non avea notizia, intendiamo dire la logica come scienza formalmente costituita; ed essendo del rimanente innegabile, che dall'attivit? filosofica di Socrate procedette la critica della Sofistica, che occupa tanta parte del dialogo platonico; per non cadere nell'inconveniente, o d'identificare Socrate con Platone, o di riavvicinare talmente Socrate ai Sofisti, da farli coincidere assolutamente nell'esigenza affatto formale della ricerca senza termine obbiettivo, bisogna ammettere che Socrate fosse premunito contro le divagazioni di una ricerca arbitraria, merc? una chiara ed evidente convinzione intorno al valore etico dell'uomo e della divinit?. E questa posizione ? quella appunto che apparisce chiara in Senofonte; sebbene i Memorabili, per la loro natura affatto apologetica, e per la poca intenzione filosofica dell'autore, non facciano sempre rilevare l'antitesi tra il principio socratico e la coscienza sofistica.
E qui cade in acconcio di osservare, che il concetto, che noi ci siamo formati del valore filosofico di Socrate ? indirettamente confermato dalla grande variet? dei risultati scientifici delle varie scuole, fondate dai suoi seguaci; perch?, sebbene un insegnamento affatto orale, e quasi occasionale, qual era quello di Socrate, dovesse di necessit? lasciare un largo campo all'influenza della persona, e limitare quella precisa ed esatta trasmissione della dottrina, che pu? emergere solo dalla comunicazione scritta, pure la natura stessa delle convinzioni del maestro avea dovuto lasciare nell'animo degli ammiratori e seguaci tracce tanto diverse, per quanto era varia in essi la capacit?, o di fermarsi alla riverenza per la persona, o di valutare la importanza delle convinzioni etiche, o di sapersi avvantaggiare della tendenza logica per costituire la scienza.
Alcuni hanno considerato Socrate come quello che per la prima volta ha determinato il principio della soggettivit?; perch? egli, si dice, riducendo tutto il sapere al valore logico della definizione, e valendosi per determinar questa dell'esperienza interna del soggetto, ossia dell'induzione, ha riconosciuto nell'esame della conoscenza il principio d'ogni sapere concreto, ed affermato, che il pensiero umano nelle sue normali condizioni ? la misura di tutte le cose. Questa soggettivit? socratica ? stata celebrata con una certa pompa di espressioni, che aggiunge niente, se non toglie molto, alla semplicit? e spontaneit? del filosofo ateniese.
Altri poi, insistendo sul termine reale della ricerca socratica, e partendo dalla supposizione, che la costanza, con la quale Socrate prese a determinare i criter? della certezza, non potea essere scompagnata dalla convinzione, che quella fosse la via per intendere e comprendere la realt? delle cose, hanno affermato che la sua filosofia fosse affatto oggettiva.
Questo contrasto di opinioni ha ora perduto ogni importanza, e nessuna creder? pi?, che con termini d'un valore tanto generico, e di un significato, che varia troppo spesso secondo le opinioni di coloro che li adoperano, possa esprimersi completamente una caratteristica storica. Quello che importa ? di sapere, fino a che punto Socrate abbia avuto coscienza del suo principio ricercativo, e in che rapporto stesse questa sua consapevolezza con la natura dei problemi ch'egli s'era proposti; e noi abbiamo su questo argomento gi? discorso a lungo, e tanto da escludere indirettamente l'opinione di coloro, che fanno di Socrate il creatore del principio della soggettivit?. Aggiungiamo ora alcune osservazioni.
Socrate non differisce dagli altri filosofi che lo precedettero solamente per l'oggetto della ricerca, ma eziandio e principalmente per la maniera seguita nel ricercare, e per lo scopo della ricerca. I motivi individuali prevalsero in lui siffattamente, o la tendenza arbitraria ch'era invalsa in quell'epoca, di subordinare tutto al, criterio personale, lo preoccup? tanto, ch'egli fu al tempo stesso rappresentante di un nuovo principio, ed iniziatore di una reazione assoluta contro le opinioni relative e soggettive dei Sofisti. Ma il principio del sapere non pu? dirsi gli fosse presente alla coscienza, in un valore incondizionato, e nella sua assoluta indifferenza rispetto al contenuto ed al fine dell'attivit? umana. In conseguenza pu? dirsi, che Socrate abbia influito ad approfondire la natura del soggetto, ed a preparare tutta la filosofia idealistica che venne dappoi; ma questo non importa che il suo principio fosse quello della soggettivit?. Anzi, non ? inopportuno ricordare, che in tutta la filosofia antica il progresso che ci ?, dalle rudimentali spiegazioni del mondo fisico fino all'idea platonica ed all'entelechia aristotelica, concerne sempre lo studio, l'analisi, e la deduzione della realt?, qual'essa ? stata percepita ed appresa dal soggetto, senza che il filosofo si elevi a contrapporre il soggetto preso per s? stesso all'oggetto in quanto estrinseco; perch? la stessa scepsi filosofica intende la contradizione solo come uno stato erroneo della rappresentazione, non mai come fondata in una reale ed essenziale opposizione di soggetto ed oggetto. La scepsi socratica, che in s?guito esporremo, non ha niente a fare con la generale quistione su la conoscibilit? delle cose; e rimane sempre predeterminata dal fine pratico, che ha il suo fondamento nella relazione dell'uomo con la divinit?.
Che se per questa ragione vuol dirsi che la filosofia di Socrate ? oggettiva, una simile opinione ci par giusta solo fino al punto, che non si attribuisca a lui pi? consapevolezza di quella che s'avea; ed a condizione si ammetta, che tutta la filosofia greca ? oggettiva: perch? non ? che una successiva e lenta esplicazione della ricerca, sul dato della tradizione e su l'immagine concreta del mondo, che non supponeva un ideale metafisico-religioso, come quello che il cristianesimo ha lasciato in eredit? alla filosofia moderna, con tutta la evidenza di una profonda opposizione fra Dio e mondo, spirito e natura.
La fisonomia della ricerca socratica ? tanto originale, ed esprime cos? al vivo la spontaneit? e le personali esigenze di colui che ricercava, che a molti ? sembrato naturale di scorgere in Socrate una certa natura di spirito mistico e profetico, che non consente venga egli considerato come uomo d'ingegno e di tendenze speculative. L'immediatezza mistica e religiosa, che non va ristretta nei limiti della schietta filosofia, si sarebbe appalesata in lui come in un apostolo ed in un profeta; sicch? molte delle sue massime, pi? che il risultato di un'attivit? scientifica, sarebbero l'espressione di uno spirito affatto religioso, e dotato del misterioso dono dell'ispirazione. Questa opinione, che non ha certo la sua conferma nelle testimonianze autentiche, per quanto possa apparire, e sia invero, strana e paradossale, ha un certo fondamento nella difficolt? che si prova a concepire ed intendere tutto quello che c'? di nuovo nella coscienza filosofica di Socrate, se si prende solo a considerare la semplice tradizione teoretica, e si prescinde dalle speciali condizioni della sua persona e della sua coscienza religiosa. E, da un'altra parte, la poca o niuna conoscenza dello sviluppo della coscienza religiosa dei Greci pu? indurre in molti la falsa opinione, che tutto quello che contradice al grossolano concetto della mitologia sia qualcosa di straordinario, mentre invece non ? che una delle fasi del normale sviluppo della coscienza ellenica.
I tratti storici, che possono desumersi da Senofonte e Platone, valgono tanto ad intendere il sano sentimento religioso di Socrate, il quale non ha niente di non ellenico, che non c'? punto bisogno di supplire con avventate congetture un elemento, del quale la storia ci fornisce con tanta evidenza, e di svisare Socrate, ch'era Greco anzi Ateniese, per farne qualcosa di simile ai profeti dell'Antico Testamento, o ai mistici cristiani.
DEL METODO DI SOCRATE
La esplicita testimonianza di Aristotele, che Socrate fosse stato il primo ad introdurre l'induzione e la definizione, ? di un valore storico incontrastabile; e nel suo carattere limitativo esprime nettamente la posizione, e l'importanza di Socrate nello sviluppo delle ricerche logiche. Ma bisogna pure osservare, che per Aristotele il concetto della logica ? di una natura affatto determinata; s? perch? egli ha escogitato ed esposto un complesso di forme e di principi cos? ricco ed esteso, da esaurire quasi del tutto l'argomento; come perch? ha avuto una coscienza netta della funzione logica in tutte le branche del sapere concreto: in conseguenza di che la sua testimonianza, assottigliando troppo in una forma schematica ed astratta il risultato dell'attivit? scientifica di Socrate, non vale a riprodurne i motivi, la genesi e lo sviluppo. Se il dialogo senofonteo e platonico non fossero l? sotto i nostri occhi, per attestare l'impressione genuina che la conversazione socratica lasciava nell'animo degl'interlocutori, e per rappresentare al vivo, e con drammatica evidenza i contrasti ed i pratici motivi, che determinavano Socrate a ricercare la definizione mediante il discorso, l'affermazione di Aristotele non sarebbe valsa ad altro, che a tenerci, in generale, informati della norma, che quello avea seguita nelle sue indagini. Oltre di che, era Aristotele tanto inteso a mettere le ricerche logiche in armonia coi suoi postulati sistematici, e con le formali esigenze della sua metafisica, ed avea raggiunta una cos? piena e perfetta notizia della funzione dimostrativa, che non potea farsi pi? un concetto delle esigenze psicologiche ed etiche, che aveano preparata e determinata la definizione socratica.
A molti degli espositori moderni ? sembrato cosa naturale di asserire in genere, che Socrate sia stato il primo fra i filosofi, che abbiano avuta una coscienza netta del valore del metodo, senza che si dessero alcuna briga di esporre, nella sua forma originale ed autentica, il carattere genuino del metodo socratico. Il concetto ovvio della induzione, come di quel procedimento logico secondo il quale si risale dal particolare all'universale, dal noto all'ignoto e cos? via, ? stato spesse volte applicato al metodo socratico, con tanto poco gusto e poco lodevole facilit?, che ci ? parso davvero strano come non si sia generalmente notato quanto fosse inverosimile che Socrate avesse acquistata una coscienza netta e chiara di un procedimento, che tuttora non ? dei meglio determinati. E, inoltre, questo procedere dal particolare all'universale, che ? facile ed ovvio nella nostra coltura scientifica, perch? ben per tempo siamo assuefatti a pensare i concetti nelle loro generali determinazioni, non si pu? capire come potesse immediatamente acquistare nella coscienza di un uomo il valore di una regola costante, ed appresa in astratto, mentre le condizioni reali in cui si ? svolto non erano punto favorevoli alla generalizzazione logica. E se noi ci limitassimo a pronunziare un giudizio sul metodo di Socrate, che fosse espresso nella breve e succinta affermazione, che egli si sforzava di determinare analiticamente il valore di un concetto, per fermarne inalterabilmente la natura mediante la definizione, dovremmo ben presto avvederci, che questa determinazione dice molto poco, ed ? al tempo stesso difettosa, perch? assume come mezzo di spiegazione quello che dee appunto cercarsi di spiegare.
Prescindere da ogni anticipata teoria psicologica e metafisica, e seguire attentamente la genesi del dialogo, questa ? la sola via che possa tenersi, con la speranza di riprodurre fedelmente le condizioni reali nelle quali si produsse la definizione socratica.
L'immagine della vita, che merc? la percezione e la incosciente riflessione si forma e sviluppa nella coscienza comune ed incolta, consiste in una mutabile e perpetua vicenda di rappresentazioni e sentimenti, su la quale le leggi del meccanismo psichico esercitano il loro assoluto ed esclusivo dominio. Solo l'interesse individuale della propria conservazione e la ripetizione di certi atti abituali possono imprimere nell'insieme delle rappresentazioni, che sono successivamente presenti alla coscienza, degli impulsi per certe direzioni costanti; merc? i quali si stabilisce il predominio di alcuni elementi della vita psichica su tutti gli altri, ed in conseguenza di questo predominio, essa si costituisce in tutte le sue specificazioni, come carattere, costume ed abito. Nella sfera della valutazione, questa costanza assume la forma di opinione, e viene espressa come giudizio tradizionale di una classe, di una casta o di un popolo. Questa opinione tanto pi? ? parziale, ostinata ed esclusiva, in quanto che, poggiandosi sul meccanismo naturale della vita psichica, non ammette la libera scelta dell'individuo, e non lascia a tutti gli elementi dell'anima il campo libero per coadiuvarsi e fortificarsi. La coscienza dell'individuo, in questo primo e pi? semplice stato della vita psichica, obbiettivando imperfettamente, riesce a considerare come qualcosa di esterno e di assolutamente immodificabile il limite intrinseco della propria attivit?, e confondendo le proprie condizioni con quelle della natura, naturalizza s? stessa nel mito, nella parola tradizionale e nel costume.
Questo stato primitivo della coscienza umana, sebbene corrisponda all'epoca della prima formazione della societ?, si continua e perpetua anche nei periodi posteriori della storia, perch? acquista un carattere sostanziale nei costumi e ferma la sua espressione nei miti e nella poesia primitiva. Il sorgere successivo ed il lento sviluppo della riflessione, che sono determinati da cause molto complesse e varie secondo gl'individui, non riescono ad escludere tutto ad un tratto le diverse manifestazioni di quella coscienza primitiva ed irriflessa; e la trasformazione degli antichi elementi in concetti, coscientemente appresi e pensati, non avviene che per la via d'un lungo processo, e di una lotta assidua, incessante e secolare. Questo processo di trasformazione non ha luogo solo per l'azione di quei motivi intrinseci di esame e di critica, che possono dirsi teoretici; ma emerge necessariamente dalle collisioni pratiche fra la volont? dell'individuo e l'opinione tradizionale espressa nel costume; e, pi? tardi, assume il carattere d'una lotta sociale fra classe e classe, individuo e individuo. Nella storia, di questa lotta, quello fra gli elementi della vita primitiva, che offra pi? materia al contrasto e che persista con maggiore tenacit?, ? la lingua, che nell'epoca delle tradizioni primitive e della poesia popolare esprime, per tutti egualmente, dei criteri costanti di valutazione, e che conserva nelle epoche posteriori l'apparenza di una norma, alla quale tutti gl'individui debbano necessariamente ed inevitabilmente adattarsi. Ma, quando gli uomini hanno cessato di trovarsi istintivamente d'accordo in quello che deve chiamarsi giusto, virtuoso, onesto, lecito, santo, empio, ecc., e hanno perduta la fede in quei tipi astratti del mito e della leggenda, nei quali la fantasia primitiva avea espresso ed ipostatato i comuni criteri della valutazione morale, allora sorge necessariamente nell'individuo il bisogno di rifarsi da s? quella certezza, che prima avea nell'acquiescenza in un criterio comune e naturale, e dice ?? ?????
La storia delle trasformazioni della coscienza etica ? espressa nella letteratura greca in una forma monumentale: ed ora riesce ancora possibile al critico ed al filosofo di seguirla in tutte le sue fasi e di notarne minutamente le gradazioni e lo sviluppo. Le relazioni etiche, gli affetti dell'animo, le passioni, i giudizi morali passano successivamente per una serie di determinazioni sempre pi? profonde e pi? ricche, finch? la divergenza dei criteri individuali non arriva a suscitare il bisogno dell'indagine, dell'esame e della critica, e ad esigere che la ricerca ristabilisca coscientemente, nella forma riflessa del sapere scientifico, il criterio della certezza. I Sofisti rappresentano, come filosofi e come organi della coltura generale, questo stato di morale inquietezza, che esercitava tanta influenza nella vita pubblica, e fino nelle produzioni dell'arte drammatica; ma nessuno di essi fu dotato dell'energia morale, che era necessaria per rifare con la scienza quello stato di certezza intrinseca, che la coscienza etica esige come condizione essenziale.
Quali motivi di pratica certezza spingessero Socrate alla ricerca etica, e quali elementi d'intima convinzione morale avess'egli riposti nella eccellenza e bont? del suo carattere, non abbiamo pi? bisogno di ripetere. E, se noi diciamo che il metodo era per lui un bisogno individuale; o meglio, che l'esigenza pratica della determinazione esatta dei giudizi morali dovea assumere in lui la forma di una costante e normale ripetizione di un certo processo intellettuale, non crediamo, per le cose dette innanzi, di pronunziare un giudizio infondato, e che deva essere inteso come restrittivo della importanza filosofica del dialogo socratico. La pratica e la teoria, l'arte e la scienza non apparivano ancora in quel tempo come attivit? perfettamente distinte; e l'esercizio di una naturale inclinazione potea raggiungere un grado anche molto elevato di perfezione, senza che l'individuo fosse consapevole delle formali condizioni nelle quali l'arte si svolgeva: sicch? pu? dirsi, senza difficolt?, che la logica stessa, come naturale attitudine e pratica esigenza, s'? per la prima volta costituita e fermata come qualche cosa d'istintivo e di naturale. Seguiamo ora, per quanto ? possibile, lo svolgimento del metodo nei limiti del dialogo socratico, a conferma della nostra opinione.
Tutto quello che gli uomini ordinariamente pensano intorno al carattere delle virt? e intorno ai beni, come mezzi al conseguimento della felicit?, deriva solo dall'abito, dalle sociali convenienze, dalla incosciente ripetizione dei medesimi atti e dalla falsa opinione, che s'ha delle proprie forze e della propria missione. E quando i criteri cominciano a divergere e il bisogno di riflettere ? divenuto imperioso, perduta la fede in quella misura costante, ch'era riposta nella tradizione e nei costumi, e mancando l'attitudine a riprodurre la certezza mediante la scienza, l'uomo non sa pi? cosa voglia e non voglia, e che deva lodare o biasimare. E chi ? interrogato e deve assegnare la natura di quello che suole chiamare bene, male, piacevole, utile e cos? via, non ha un punto certo al quale s'appoggi, e non resiste alla tentazione di perdere ogni fede nella esistenza di una costante misura dei valori etici. L'unit? estrinseca della parola, che nel costante valore fonetico serba una certa apparenza di uniformit?, non vale che ad accrescere la confusione e l'incertezza; perch?, mentre dapprima siamo vinti dall'illusione che le stesse parole esprimano le medesime rappresentazioni, a lungo andare la convinzione, che acquistiamo della profonda differenza che passa fra i nostri e gli altrui concetti, diviene pi? evidente di quella illusione, e finisce per bandirla del tutto. Nella pratica della vita queste difficolt? teoretiche della coscienza morale menano alla divergenza delle opinioni e all'incertezza assoluta sul valore etico di tutti i predicati che possono concernere la lode o il biasimo; e di qui procedono le inimicizie e l'attrito, che alterano e corrompono le sostanziali relazioni della famiglia e dello stato.
Lo spirito ha bisogno di una certa energia per liberarsi da quella illusione di apparente uniformit?; e d'una anco maggiore, per determinarsi, mediante una interrogazione sospensiva, alla ricerca del valore costante, che ? espresso nel predicato etico. Questo ? il primo e pi? elementare stadio della ricerca di Socrate; il quale, nel bel mezzo d'un discorso che pu? concernere l'elogio di un'azione, o il giudizio pronunziato sopra una relazione, o sopra una forma costante della vita etica, con una recisa e sospensiva domanda dice: ?? ?????
Le parole non possono chiarirsi se non col mezzo delle parole; e la possibilit? di determinare il valore di una di esse, mediante quello di un'altra, riposa su la supposizione di una costante ed identica associazione di idee, nell'animo di colui che parla e di colui che ascolta. Finch? questa supposizione non diviene convinzione, non si sa fino a che punto qualcosa di realmente pensato risponda all'espressione estrinseca, che ha luogo mediante la parola. Questo stato dell'animo, in cui si cerca di pensare realmente quello che deve essere costantemente inteso e contenuto in una rappresentazione, costituisce l'aporia; l'incertezza, cio?, che occupa l'individuo, nell'atto che s'avvede della propria insufficienza ad afferrare e comprendere il valore intrinseco della propria opinione: e questa aporia ?, appunto, lo scopo dell'interrogazione socratica.
I suoi interlocutori sono costretti ad affermare il loro imbarazzo ed a confessarsi ignoranti; perch? in essi, insieme con l'aporia, ? sorto il bisogno del vero sapere ed una certa anticipata notizia della possibilit? della certezza. Ma l'abito contratto gi? prima di cadere nell'aporia, l'abito di aggiustar fede al valore delle proprie convinzioni, tuttoch? non fossero state mai n? esaminate n? riformate dalla interna esperienza, riprende il disopra, e li fa ricadere nell'illusione. Essi credono di sapere cosa sia il giusto, il santo, l'utile, il bello, perch? l'immagine concreta dei tribunali o delle religiose tradizioni, dei propri bisogni soddisfatti o dei sensi appagati fa loro ritornare nell'animo l'antica opinione; ed essi credono di conoscere davvero il valore etico che si cerca, perch?, nei casi speciali e nelle particolari contingenze della vita, ne hanno avuta una notizia apparentemente completa.
E qui bisogna che l'interrogazione si moltiplichi, e divenga tante domande, per quante sono le rappresentazioni addotte a chiarire e ad esemplificare il concetto che si cerca. Questa nuova esigenza porta con s? un allargamento dell'indagine e un apparente allontanarsi dalla quistione primieramente proposta. Il dialogo s'impiglia in molte e svariate difficolt?; una corta inquietezza s'impadronisce degl'interlocutori; il risultato diviene incerto, e si ? quasi ad un passo dall'eristica ed antilogistica dei Sofisti.
E, quasi ad accrescere le difficolt? ed a renderle invincibili, Socrate confessa la propria ignoranza; e nella piena coscienza dell'altrui presunzione ed insufficienza manifesta uno dei tratti pi? notevoli della sua natura: l'ironia. Il filosofo, infatti, non pu?, in quella condizione in cui s'? messo, non confessare la propria ignoranza, perch? il suo sapere ? pura esigenza, o meglio consiste solamente nella coscienza dell'attuale incertezza. Quello, che egli cerca, deve ancora trovarlo; n? basta che l'abbia ottenuto una volta, perch? lo formuli in una maniera generale e lo tenga in serbo per mostrarlo a quando a quando. Il motivo dialogico, che ? il solo movente della quistione, varia secondo le occasioni, e porta l'indagine sopra oggetti ed argomenti sempre diversi; sicch? si tratta sempre di eccitare nuovamente il bisogno dell'aporia, perch? questa invogli alla ricerca e fissi implicitamente la natura del processo. E di qui procede ancora, che Socrate, non avendo una notizia anticipata di quello che cerca e mettendo in opera la sua attivit? formale sempre nei limiti precisi e determinati di un dialogo, comincia dall'ammettere negli altri una piena scienza di quello che si cerca; e dalla loro confessione che nulla sappiano, o dall'incertezza con la quale pronunziano le loro opinioni, ? indotto all'ironia, che in lui assumeva la forma costante di un abito filosofico.
Pur tuttavia, il semplice interrogare, che menava all'aporia ed alla sospensione d'ogni giudizio definitivo, era gi? un momento della scienza; e sebbene la confessione della propria ignoranza potesse sembrare una esclusione anticipata d'ogni certezza da parte di colui che interrogava, in fondo non era che un atto di rassegnazione alla intrinseca necessit? dello sviluppo del dialogo. La domanda ?? ????; circoscrive tutta la ricerca sul valore di un concetto alla evidente determinabilit? di quello, che in esso si pensa. Il contenuto, che a prima vista sembra espresso nella semplice denominazione, bisogna che sia davvero posto e determinato nella sua inerenza ed identit?; e questo processo non pu? compiersi da sopra in sotto, o, come diremmo noi, deduttivamente, perch? manca ancora la coscienza di un valore logico incondizionato ed assoluto. La determinazione del contenuto costante di una rappresentazione, in altri termini, la elevazione della rappresentazione a concetto, avviene nel dialogo socratico mediante il movimento ascensivo o epagogico della incertezza delle opinioni comuni a quella costanza ed evidenza di affermazioni, che risulta dall'esaurire tutte le comuni accettazioni della parola in questione. Nella nostra coltura logica apparisce cosa facilissima determinare la inerenza e la vicendevole comprensione delle note d'un concetto, perch? l'attivit? intellettiva ? anticipatamente fornita d'una moltitudine di elementi astratti ed universali, dei quali si serve come di organi; ma, dal punto di vista storico, quel procedimento socratico era di una somma difficolt?, perch? la coscienza non avea ancora alcuna notizia della universalit? del concetto, e non avea innanzi a s? che una molteplicit? di rappresentazioni, tutte apprese nella loro pratica incertezza e fluttuazione.
Questo processo formativo dei concetti costituisce l'induzione socratica, che abbiamo visto prender le mosse dall'interrogazione. Mediante questa, la rappresentazione, di cui ? parola in questo o in quel dialogo, passa successivamente per tutte le sue pi? ovvie significazioni; ed in questo passaggio riesce agevole, a coloro che ricercano, di notarne i caratteri pi? costanti e di raccoglierli e comprenderli insieme nell'identit? di una forma comune. La rappresentazione, cos? determinata nel suo valore costante, deve esser tale che possa funzionare da predicato in questo o in quel giudizio, senza che apparisca contradizione o incongruenza. Ma in virt? di questo postulato, che ? implicito nella ricerca, apparisce nuovamente l'aporia; perch? il concetto , gi? determinato, non esprime tutto il valore della cosa che deve designare, e riesce spesso inadeguato alle reali relazioni, in cui l'obbietto, preso a definire, si trova con altri obbietti analoghi o diversi. Quella determinazione bisogna sia allora corretta. Tutti i casi speciali, nei quali la rappresentazione si presenta nel discorso, costituiscono il largo campo dell'esperienza del filosofo, che cercando qua e l? i punti costanti ed evidenti, nei quali l'oggetto che si cerca ? presente alla coscienza, se ne vale come di addentellati per progredire con movimento ascensivo verso la sintesi dei vari tratti caratteristici della significazione. Il discorso equivale cos? ad un reale processo di separazione e di riassunto, e mette termine nell'adeguata comprensione del concetto cercato. Il punto di partenza, ossia il nome, che nella sua semplice unit? fonetica era dapprima il centro della ricerca, diviene, in ultimo, l'estremo termine del pensiero: quello cui si va a metter capo col farne consapevolmente l'espressione di un contenuto evidentemente pensato; e le immagini concrete, che dapprima s'aggruppavano incertamente intorno alla vaga denominazione, non reggendo pi? alla nuova sintesi, devono scomporsi e prendere un nuovo posto; e solo il nuovo elemento, che s'? ottenuto mediante la ricerca, il contenuto costante della rappresentazione, raccolto via via mediante l'induzione, pu? determinare la coordinazione e subordinazione nella quale le immagini devono coesistere, mentre il concetto si costituisce nella certezza ed inalterabilit? dei suoi limiti.
Questo lavoro non ? una scoverta ma una creazione; perch? non determina la natura di un fatto pi? o meno remoto dalla immediata percezione interna, ma esprime la produzione lenta e metodica di un nuovo stato nella natura delle rappresentazioni. Il risultato dell'indagine socratica, il concetto definito, acquista, poi che ? stato determinato e costituito, il carattere dell'assoluta identit?; e serve cos? a correggere la rappresentazione e la parola. Ma, come l'attivit? socratica non riusc? mai ad isolare il formalismo logico dalle condizioni reali in cui s'era sviluppato, cos? l'interesse dialogico dell'induzione e della definizione non si manifest? che in una forma concreta ed occasionale, come bisogno etico e pedagogico: e non potette, per questa ragione appunto, obbiettivarsi in un'ipostasi metafisica. Nulladimeno, per quanto il concetto socratico sia lontano da ogni idea metafisica, non pu? sconoscersi che esso sia stato il primo motivo e la prossima occasione delle idee platoniche.
OSSERVAZIONI
Questa nostra esposizione del metodo socratico ? attinta genuinamente dallo schema generico del dialogo senofonteo e platonico; ed ? stata ravvivata da una indagine genetica su i motivi dell'aporia e dell'interrogazione sospensiva, Senofonte e Platone hanno per noi lo stesso valore, quando si tratta di assegnare il carattere formale solamente, e non le conclusioni positive del dialogo socratico; perch? solo nella diversit? di queste ? riposta la novit? del platonismo, che cercava ricavare dall'induzione l'assolutezza ed il carattere incondizionale delle idee. Ed abbiamo cos? evitata la posizione erronea di coloro che, prendendo le mosse dal concetto astratto del metodo, hanno poi cercato di applicarlo alla investigazione del dialogo socratico. Cercheremo ora di completare con alcune osservazioni quella immagine complessiva, che abbiamo delineata.
Nello svolgimento dialogico, che abbiamo esposto, non pu? sconoscersi la costanza di un formalismo, che si ripete in condizioni fisse ed impreteribili. Quello che noi abbiamo espresso in uno schema generico ? stato desunto e raccolto da una molteplicit? di casi speciali, che se non tutti rivelano una formale compitezza, pure, nell'insieme, s'integrano in una immagine complessiva. La ripetizione dei medesimi motivi e la incertezza dei criter? nei giudizi morali producevano sempre la medesima esigenza di una verificazione coscienziosa del contenuto normale dei concetti. Ora pu? domandarsi fino a che punto Socrate avesse acquistata l'astratta consapevolezza delle condizioni costanti della ricerca, o a dirla pi? esplicitamente: sapea egli di seguire un processo teoretico ed universale, e ne avea nell'animo uno schema generale? Su questa quistione non possiamo pi? stare a sentire con pari credenza Platone e Senofonte, perch? il primo avea gi? raggiunto una pi? perfetta notizia del problema logico, e s'era formato un concetto astratto del sapere, che il secondo ? molto lontano dal volere attribuire al comune maestro. N? pu? dirsi che Senofonte non avesse avuto sufficiente coltura filosofica, per intendere ed approfondire i pronunziati di Socrate; perch? in questo caso, non solo bisognerebbe rigettarne assolutamente la testimonianza, ma rinunziare per sempre a qualunque indagine su i limiti che corrono tra la filosofia socratica e la platonica.
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